L'ingiustizia estrema

"Gli Antemorti"


 

Libro2

Scheda di presentazione

Questo l’incipit del libro: “Perché il male? Perché il dolore? Perché la morte?”. Si tratta di domande che gli uomini da sempre si sono posti, soprattutto quando il dolore e la morte riguardano gli innocenti e i giovani (“Gli Antemorti”). A tali domande hanno cercato di rispondere le teorie filosofiche, le religioni, le teorie psicologiche (si tratta di quelle teorie che hanno sviluppato una riflessione ontologica di fondo: Freud, Jung, May) e, per quel che riguarda il male morale, le neuroscienze.

La filosofia nacque nel mondo greco come antidoto alla caducità della vita.La filosofia nacque dal bisogno di difendersi dalla imprevedibilità della vita (Severino), dalla paura, cioè, che i beni, gli affetti (tutto ciò che costituisce il “nostro mondo”), la vita stessa possano esserci sottratti.Quello della morte è, pertanto, tema specifico d’indagine filosofica, imprescindibile per chi vi si voglia avvicinare. Ma la filosofia, in generale, nell’affrontare la spiegazione delle cose del mondo, non può, a causa della sua natura astraente ed universalizzante, dare ascolto al dolore e alle domande del singolo: “Così il dolore umano resta inascoltato e il tema della morte irrisolto”.

La religione, con la sua credenza nell’immortalità dell’anima e con la promessa di una beatitudine eterna, costituisce uno dei più potenti analgesici che l’uomo abbia saputo immaginare nei confronti dei dolori della vita. Ma porsi dinanzi alla morte e alla morte di un figlio non è facile neanche per il credente. Dinanzi ad una giovane vita stroncata prima del tempo nasce spontanea la domanda: “Perché?Dio dov’è?”; domanda in cui si legge un rimprovero ma anche una richiesta di aiuto. Per il credente, il “disegno imperscrutabile” di Dio rimane una spiegazione sanatrice perché soddisfa quel bisogno di stabilità, coerenza, ordine che caratterizza la nostra mente e che si esprime nel principio di causalità. L’attuale ricerca neuropsicologica (neuroteologia) studia le basi organiche delle credenze religiose. Ma  tali meccanismi non interessano il credente, il quale si appaga nella fiduciosa speranza di poter fare affidamento su un Dio onnipotente che è anche il garante della sua serenità.

La trattazione psicologica della morte è cosa recente perché recente è la nascita della psicologia. Il primo ad occuparsi diffusamente dell’argomento fu Sigmund Freud: nella sua opera fu costante la riflessione sull’idea di “fine” intesa nella duplice accezione di finalità e di morte. Per il fondatore della psicoanalisi la vita è tensione verso l’estinzione, verso la fine di tutto. Ogni essere vivente è animato da Thanatos, l’istinto di morte, che attraversa tutto l’universo. Sopportare la vita è il primo dovere dell’essere umano ma questo è possibile solo se si accetta che la sofferenza e la morte sono parte della vita e sono costitutive della natura umana. La vita riceve senso e più autentico significato dalla morte: “Se vuoi poter sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte”. Anche per Jung la morte  è lo scopo della vita ma assume un senso diverso. Freud nutriva una tendenziale sospettosità nei confronti dei fenomeni religiosi: la religione era una “illusione”.  Per Jung, nella cui ricerca sono conciliate scienza, clinica e spiritualità, quest’ultima è insostituibile per la completezza dell’esistenza umana. Basandosi su esperienze cliniche, personali e sulla storia delle religioni egli afferma:“La morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo, sconosciuto processo vitale”.  Tutta la letteratura psicoanalitica successiva  farà riferimento al fondatore della psicoanalisi sottolineando il tema del narcisismo primario e quello dell’angoscia della nascita e della separazione.

Questo libro, con riferimenti storici e letterari, si sofferma sul vissuto dell’uomo contemporaneo dinanzi al pensiero della morte. Oggi si rimuove la morte come nell’epoca vittoriana si rimuoveva il sesso. A differenza che nelle epoche passate, l’idea della morte e della fragilità della vita non sembra rientrare nel pessimismo dell’uomo contemporaneo: “Ma è impossibile che l’uomo ignori a lungo la propria morte. Prima o poi essa ci “tocca”, nel senso che ci fa male, per ché ci colpisce nelle persone care e ci “tocca” perché ci aspetta inevitabilmente”.   Ma non è tanto il pensiero della propria morte a provocare sofferenza quanto, piuttosto, il pensiero della morte dell’altro, amato più di se stessi.  IL dolore per la morte di un figlio è il tema centrale di questo lavoro ed è il filo che attraversa tutta la trattazione. Vengono affrontati il tema dell’elaborazione del lutto, i rituali del lutto (tecniche di facilitazione dell’oblio) e i tentativi di stabilire un qualche rapporto con i defunti. Attraverso le testimonianze di alcune mamme vengono analizzate “i tempi del lutto” (“dolore, rabbia, accettazione, redenzione”), ma, anche, le caratteristiche del duro lavoro dell’analista che affronti una psicoterapia del lutto. La psicoterapia del lutto implica sempre il sapersi confrontare con le proprie perdite e con i propri lutti, la capacità di proiezione ed identificazione con l’altro, che in questo caso neanche si vorrebbe:“Identificarsi con l’altro significa patirne il dolore”.

Infine, nel capitolo conclusivo, l’autrice si interroga (e cerca di dare risposte) su come la filosofia e la psicologia possano costituire un antidoto all’angoscia di morte a al dolore per “la morte di”. Dinanzi al dolore del mondo occorrono, oltre al capire, un sentire ed un fare. La filosofia, distante da “un facile dolorismo” e da una supina rassegnazione,  fa la sua parte, aiutando, attraverso le sue “narrazioni”, a dare un senso ed un significato ai fatti della vita. La psicologia può lenire il dolore quando, nella forma della psicoterapia, mastica, insieme a chi l’ha subito, il dolore della perdita.

La trattazione si sviluppa attraverso precisi riferimenti storico-culturali, sorretta da  argomenti filosofici e psicologici, ma anche da un attento riferimento alle testimonianze di vita.

Al  professionista capita spesso di doversi occupare, nella sua pratica, di una psicoterapia del lutto o di dover rispondere a domande ed affrontare temi  fondamentali dell’esistenza che i pazienti spesso pongono, soprattutto quando la psicoterapia non si limiti alla semplice risoluzione dei sintomi ma si dilati, invece, nella ricerca del senso e del significato della vita. Questo lavoro, pertanto, si offre alla lettura del professionista  che può trovarvi argomenti e occasione di riflessione per la sua pratica clinica; ma anche al lettore comune che voglia trovare consolazione a vicende tristi della sua vita o, semplicemente, si offre al lettore sensibile che voglia confrontarsi con i temi significativi dell’esistenza.