L’intersoggettività e la teoria dell’attaccamento,

verso un modello di lavoro integrato.

 

a cura di Annalisa Castrechini.

(psicologa,specializzanda in pricoterapia della Gestalt-Istituto Hcc)

 

Nell’ambito dei molteplici studi sull’interazione madre-bambino, il lavoro condotto nel reparto psichiatrico dell’Università di Heidelberg, ospitante madri gravemente disturbate e i loro bambini, costituisce un modello di attività dignostico-terapeutica e di ricerca di notevole valore, in particolare nel campo dell’intervento clinico precoce. In merito, George Downing, Dieter Bürgin, Corinna Reck e Ute Ziegenhain, nell’articolo “Interfaces between intersubjectivity and attachment: three perspectives on a mother-infant inpatient case[1], offrono un’attenta analisi su uno specifico caso madre-bambina, attraverso il contributo e l’integrazione di importanti prospettive epistemologiche e di strumenti teorico-metodologici diversi, quali l’AAI e la VIT. Il reparto specialistico di Heidelberg, fondato circa 6 anni fa da Corinna Reck, ospita i suoi pazienti per un tempo di 8/10 settimane; in seguito, essi saranno indirizzati verso altre strutture, per proseguire il trattamento terapeutico iniziato e, se necessario, trovare nuove forme di assistenza. Elemento centrale del progetto sperimentale di ricerca, avviato nella clinica e finalizzato ad esplorare le attuali modalità relazionali adulte, utilizzate dalle madri alla luce delle rappresentazioni delle loro esperienze di attaccamento, è l’Adult Attachment Interview (AAI)[2]. Lo strumento indaga i Modelli Operativi Interni, nei loro aspetti maggiormente consapevoli, ma anche in relazione a vissuti profondi e inconsapevoli, rielaborati, definiti e integrati secondo diverse modalità dal soggetto. Sappiamo, dalla teoria dell’attaccamento, che esperienze di abuso, abbandono e perdite significative influenzano negativamente la capacità del genitore di codificare in modo adeguato i segnali del proprio bambino e rispondere empaticamente ad essi. Tali esperienze interferiscono sensibilmente con il sistema di pensiero e la capacità di regolazione affettiva attuale del genitore, rendendolo maggiormente vulnerabile nei confronti di esperienze avverse, tanto da favorire in lui l’insorgere di processi micro - dissociativi (Main & Hesse, 1990). Nell’articolo di riferimento, Ute Ziegenhain sottolinea che la mancata elaborazione di eventi traumatici e la difficoltà ad accedere, se non in modo incompleto e distorto alle proprie dolorose esperienze di attaccamento infantili, possono condurre le madri a relazionarsi in maniera poco sensibile, ostile e intrusiva con i loro bambini, tendendo a ricercare in essi quelle cure e accudimento che esse stesse dovrebbero saper offrire, mentre questi, dal canto loro, correranno il rischio di sviluppare uno stile di attaccamento disorganizzato e, probabilmente, un comportamento genitorializzato. Secondo Karen Lyons-Ruth, la contraddittorietà esibita nel comportamento e nelle modalità comunicative da parte della figura materna, manifestate in quelle che vengono definite “spaventate o spaventose” espressioni (Main & Hesse, 1990; Hesse & Main, 2006; Abrams & Hesse, 2006), costituisce un’esperienza altamente disorientativa per il bambino, poiché quella che dovrebbe essere una base sicura nel suo processo di crescita e nella conquista dell’autonomia, diviene una fonte imprevedibile di paura e pericolo (Lyons-Ruth, Bronfman & Parsons, 1999; Ziegenhain, Derksen & Dreisörner, 2004).