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Albero analitico
di Maria Felice Pacitto
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Info al paziente

Presentazione della produzione bibliografica della Dott.ssa Maria Felice Pacitto

L'uomo che provo a capire mente e cervello

Freud fra biologia, ermeneutica e neuroscienze
Copertina
di Maria Felice Pacitto - Ed. Guida editori

Dal Sentire all'essere

Dal Sentire all'essere
di Maria Felice Pacitto - Ed. Magi

Ingiustizia

Ingiustizia
di Maria Felice Pacitto - Ed. Alpes

Buoni si nasce, soggetti etici si diventa.

La costruzione della mente etica tra neuroscienze, filosofia, psicologia.

di Maria Felice Pacitto - Ed. Pendragon

L’affaire Althusser

L'affaire Althusser
di Maria Felice Pacitto - Ed. Aracne

 

La "Società italiana di Neuroetica e Filosofia delle neuroscienze": un dialogo proficuo tra scienza e filosofia

neuroetica

La Neuroetica, neologismo nato negli anni ’90, è un contesto disciplinare al confine tra alcune scienze specifiche (neuroscienze, psicologia, filosofia della mente, genetica molecolare e teoria dell’evoluzione) e la filosofia, in particolare nella declinazione dell’etica. E’ un campo complesso sia in termini di riflessione tematica che di metodo. E’ nata la “Società Italiana di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze”(SINe), con il tentativo di costruire un dialogo proficuo tra neuroscienze, genetica, scienze cognitive, ecc.. e filosofia. Un’iniziativa che apre agli scenari complessi ed interdisciplinari della filosofia d’oltreoceano, scenari del tutto nuovi in Italia, chiusa per troppo tempo nell'ambito della filosofia continentale ed idealistica. Sembra realizzarsi quell’ipotesi di James Mark Baldwin, filosofo e psicologo, allievo di W. Wundt e F. Paulsen, che proponeva all’inizio del secolo scorso, una proficua collaborazione tra filosofia. Comunque, l’obiettivo della SINe è quello non solo di promuovere la conoscenza e la ricerca nell’ambito di discipline di confine, ma anche di suscitare l’interesse di potenziali giovani ricercatori. L'uso della risonanza magnetica funzionale, strumento ormai utilizzato da 20 anni e che permette un'indagine non invasiva del nostro cervello mentre siamo attivi in un determinato comportamento, ha permesso di conoscere molti meccanismi che sono alla base della nostra mente e dei nostri comportamenti quotidiani. (Sono le neuroscienze che hanno consentito una delle più significative e note scoperte degli ultimi anni, fatta appunto dal nostro Giacomo Rizzolatti, quella dei neuroni specchio). Sono nate perciò una serie di branche cui le neuroscienze si applicano: la neuroetica, la neuroestetica, l neuroeconomy, la neuro politica, ecc…. Insomma progressivamente le neuroscienze vanno applicandosi a tematiche che una volta appartenevano ad altri contesti disciplinari. Ma quanto più procediamo nella conoscenza di noi tanti più problemi e questioni etiche si pongono e, nel contempo, si aprono scenari inquietanti. La conoscenza del nostro cervello e di come noi funzioniamo ha, infatti, enormi ricadute nell'ambito del diritto, della farmacologia (esistono determinati farmaci che possono facilitare l'enhancement di alcune capacità mentali e che possono essere considerati una forma di doping), del concetto stesso di responsabilità, colpa e pena (può essere ritenuto responsabile il soggetto che presenta nel codice genetico gli alleli della antisocialità?)

La libertà è il problema fondamentale che la questione morale pone in essere: tema specificamente filosofico, da tempo vi si applicano le neuroscienze

In un piccolo scritto intitolato Sul male radicale nella natura umana Immanuel Kant parla di una tendenza al male (Hang zum Bosen) presente per natura all'interno di ogni uomo e che lo porta a dimenticare quella legge morale che è dentro di noi. Ma, nello stesso tempo, egli parla anche di una originaria disposizione al bene (Anlage zum Guten). Dice anche che non ci è dato di comprendere la natura del male radicale, che esiste in “conformità alle leggi della libertà” nel senso che, per esservi agire morale, deve esserci necessariamente anche il male. Il che significa che per esservi moralità noi dobbiamo essere necessariamente liberi. Dunque la libertà è la ratio essendi della moralità . Citando Kant abbiamo toccato il problema fondamentale che la questione morale pone in essere: quello della libertà o del libero arbitrio. Tema specificamente filosofico, già da tempo anche le neuroscienze vi si applicano. Ciò che contraddistingue la ricerca scientifica contemporanea, infatti, è che essa cerchi un ponte con la riflessione filosofica. Tentativo, assolutamente, desiderabile ma che dà luogo a non poche difficoltà dato che la riflessione filosofica si basa sulla psicologia del senso comune (PSC) la quale ci dice cose assolutamente difformi dai risultati della ricerca scientifica. Secondo la psicologia del senso comune, infatti, noi ci percepiamo come esseri liberi, in grado di decidere in base ragioni... (Per saperne di più: Buoni si nasce, soggetti etici si diventa. La costruzione della mente etica tra neuroscienze, filosofia, psicologia, Ed Pendragon)

Eugene Bleuler e la macchina di Turing

neuroetica

Qualche anno fa è stato rieditato da La Scuola Editrice- Brescia il trattato di psichiatria di Eugen Bleuler che risale al 1916. Tre anni prima Karl Jaspers aveva pubblicato la sua Psicopatologia. Bleuler, che aveva accolto come suo collaboratore Carl Gustav Jung, fu tra i primi non ebrei ad iscriversi alla Società psicoanalitica attribuendole l’imprimatur della scienza ufficiale. Questo la dice lunga sulla innovatività ed apertura di questo scienziato della mente. Di Bleuler si narra un aneddoto: in tempi in cui i disturbi psichici gravi erano curati con pratiche di una violenza inaudita (non c’erano ancora gli psicofarmaci), Bleuler aveva introdotto l’ergoterapia.  Un giorno un gruppo di malati fu condotto in un bosco per tagliare la legna. Solo giunti sul luogo ci si rese conto che si erano affidate a persone non in grado di gestire le proprie emozioni strumenti che avrebbero potuto essere vere e proprie armi pericolose. Non successe nulla. Oggi diremmo che la fiducia, magari l’empatia, aveva sicuramente modulato il loro comportamento. Il Trattato di Psichiatria di Bleuler, magistralmente recensito in una rubrica del Sole 24Ore di qualche tempo fa dal prof. Linciardi, è stato uno dei primi libri del settore che io, da adolescente appassionata di mente e cervello, ho letto appena tradotto in italiano nella collana Feltrinelli. Mi colpì soprattutto l’attenzione che Bleuler dava allo stile espressivo dei pazienti come sussidio per la diagnosi: si notavano l’espressività, le divagazioni, le allitterazioni, le iperboli, i giochi di parole. Ma soprattutto mi colpì il fatto che Bleuler valutasse il patrimonio cognitivo attraverso un semplice test: chiedeva al soggetto di riassumere un racconto o una storia appena letta. Si valutava la capacità dl soggetto di enucleare l’essenziale, la capacità di coglierne il senso. Infine si consigliava di intavolare un discorso su alcuni argomenti astratti (il lavoro, la bellezza, lo Stato, ecc. Non era una sorta di test di Turing avant lettre?

Il libero arbitrio. Il caso non è la libertà

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Ritorna spesso sulle pagine dei maggiori quotidiani italiani e sulle rubriche scientifiche la questione del libero arbitrio, rinverdita dall’esperimento di Libet, tra i più conosciuti degli sperimenti in ambito neuroscientifico proprio per le questioni enormi che pone e rispolvera. Com’è noto ai soggetti sperimentali si chiedeva di sollevare un dito ogni volta che volessero farlo e di dichiarare il momento in cui volessero farlo. Si verificò che la dichiarazione avveniva 200 millisecondi prima che il dito venisse alzato. Ma la variazione di attività cerebrale avveniva circa 500 millisecondi prima dell’azione di sollevare il dito. Da ciò si deduceva che l’attività cerebrale, corrispondente all’intenzione di sollevare il dito, precede l’intenzione cosciente di 300 millisecondi. Sembrerebbe dunque che il cervello conosca le nostre decisioni prima di noi e che noi arriviamo a cose fatte. Allo stato attuale delle nostre conoscenze non esistono prove certe né dell’esistenza né dell’inesistenza del libero arbitrio. Quasi nessuno degli scienziati se la sente di eliminare a cuor leggero l libero arbitrio considerando le conseguenze enormi che avrebbe sulla vita degli individui. Ma non funzione il ragionamento di quanti farebbero brillare un barlume di libertà perché grazie all’azione del caso saremmo più forti dei geni. Il caso non è la libertà!
“Né funziona il ragionamento di chi volesse, facendo ricorso alla fisica quantistica, utilizzare l’argomento della indeterminatezza delle particelle subatomiche e, pertanto, spiegare la libertà delle nostre decisioni con l’indeterminatezza degli eventi quantici del nostro cervello. L’indeterminatezza farebbe guadagnare solo casualità al nostro comportamento. La libertà è tutt’altra cosa” (Buoni si nasce soggetti etici si diventa. La costruzione della mente etica, Pendragon Ed, p. 139)

Il “Darwinismo neuronale” di Gerald Edelman

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“La teoria del darwinismo neuronale, o teoria della selezione dei gruppi neuronali (TSGN), fu proposta, nel 1977, da Gerald Edelman, il quale aveva ottenuto il premio Nobel per aver scoperto, che il sistema immunitario è governato dal principio della selezione darwiniana. Egli estese il medesimo principio al funzionamento cerebrale. La selezione di Edelman opera oltre che sul lungo periodo, a livello di specie, anche a livello individuale: il cervello è un sistema selettivo che opera nell’arco della vita dell’individuo. La teoria di Edelman si basa su alcuni assunti.
-Il primo è che lo sviluppo dei circuiti neuronali (gruppi neuronali costituiti da migliaia di neuroni molto interconnessi e che tendono a rispondere più di altri a determinati stimoli) determina una variazione anatomica microscopica, che è il risultato di un processo di selezione continua. Determinante per il processo selettivo è che quando due neuroni, anche se distanti, scaricano insieme, creano una connessione sinaptica (si cablano insieme). Questo si verifica anche nel feto.

-Il secondo assunto è che quando i circuiti anatomici ricevono un segnale proveniente dal corpo, dal mondo, dal cervello stesso, si determinano altri fenomeni selettivi: alcune sinapsi si rinforzano, altre si indeboliscono come se, in base alla competizione darwiniana, emergessero quelle maggiormente in grado di elaborare con efficacia le informazioni. Pertanto le sinapsi sono plastiche. Il cambiamento della loro forza offre una base alla memoria. Attraverso il cambiamento della morfologia e delle funzioni sinaptiche, si creano mappe di gruppi neuronali. I cambiamenti epigenetici e storici nella formazione delle mappe sono fortemente influenzati da segnali provenienti dal corpo e dall’ambiente. Questo vale sia per la vita fetale che per quella post-natale.

-Il terzo assunto è il “rientro”, che garantisce la coordinazione ed il funzionamento coerente di tutto il sistema (la coordinazione fra gruppi neuronali e mappe neuronali) in modo da produrre risposte adattattive. La memoria, la capacità di immaginazione, il pensiero, la coscienza, dipendono dal fatto che il cervello “parla a se stesso” attraverso il rientro. Fondamentali sono le connessioni rientranti talamo-corticali (nucleo dinamico), le cui complesse configurazioni integrative hanno portato all’emergere della coscienza. (Il numero di combinazioni di configurazioni di risposte cortico-talamiche è astronomico). Esiste una densa rete di connessioni, oltre che tra corteccia e talamo, tra diverse zone corticali, ecc.” (da Buoni si nasce soggetti etici si diventa. La costruzione della mente etica, tra filosofia psicologia, neuroscienze Ed. Pendragon

Le emozioni e i sentimenti hanno un ruolo nel comportamento morale

Oggi, soprattutto grazie alle neuroscienze, vengono rivalutate le etiche del sentimento. Com’è noto i primi a parlarne furono Hutcheson e Schaftesbury: esiste un senso morale innato che spinge all’amore per gli altri e al bene comune. Esiste per Adam Smith e David Hume una simpatia innata che ci aiuta a provare dolore per le sofferenze degli altri e a gioire per l'altrui felicità: la simpatia è la base della moralità. Con loro, si può dire, iniziano gli studi sul fenomeno dell’empatia. I due filosofi avevano capito che i nostri cervelli funzionano allo stesso modo. Ovviamente oggi ne abbiamo la dimostrazione. Darwin dirà un secolo dopo che l'evoluzione ha selezionato questo sentimento morale, la simpatia, per facilitare la convivenza e permettere in questo modo la sopravvivenza degli esseri umani. Dobbiamo al nostro Giacomo Rizzolatti e alla sua équipe la scoperta delle basi neuronali (neuroni specchio) dell’empatia. I neuroni specchio spiegano i meccanismi empatici in base ai quali entriamo in risonanza con le emozioni altrui e comprendiamo anche le loro intenzioni. Questi meccanismi sono alla base della convivenza umana e senza di essi gli individui non potrebbero coregolarsi. Essi scattano in automatico, in maniera preriflessiva (simulazione incarnata- Gallese).

Le neuroscienze dimostrano il ruolo delle emozioni nel comportamento morale (l’ipotesi del marcatore somatico di Damasio).

Definisco empatia ed emozioni come sensibilità e ritengo questa una sottodimensione dell’etica. Il bambino comincia a capire quello che è buono e quello che è cattivo dalle sensazioni di piacevole e spiacevole, (questo non è ancora l’etica, ovviamente, come non sono l’etica i comportamenti pro sociali degli animali), i processi di sintonizzazione affettiva rispettano un timing, i primi processi effettivi madre del bimbo sono già normati ed è su questa base che, successivamente, è possibile costruire i processi normativi grazie anche alla comparsa del linguaggio. Il bambino rispecchia le emozioni del care giver grazie a meccanismi di imitazione che sono innati e questo già durante i primi giorni di vita; prima dei due anni è capace di reazioni empatiche, grazie ai neuroni specchio, e di comprendere le sue intenzioni.

Il precursore dell’etica è, dunque, quella intersoggettività corporea (Merleau-Ponty), quella coappartenenza originaria che si stabilisce attraverso la relazione madre-bimbo e che ci vincola già moralmente agli altri. E’ un’esperienza (universale) che tutti abbiamo fatto, prima forma di relazionalità e di comunicazione, che è già implicitamente normativa: “E’ dunque, primariamente, la sensibilità piuttosto che la ragione che ci porta a scoprire il richiamo morale dell’altro" (in Buoni si nasce, soggetti etici si diventa)

Daniel Dennett (uno di più grandi filosofi contemporanei) e Giacomo Rizzolatti (lo scopritore delle cellule specchio) al congresso di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze (Padova-maggio 2016).

2016-05-19

2016-05-19


Kintsugi

Quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro perche si e convinti che un “vaso rotto” possa diventare ancora piu bello di quanto non lo fosse prima.
Una bella metafora della psicoterapia!

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